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L’innovazione aperta vista con le lenti dell’ignoranza creativa

L’innovazione aperta vista con le lenti dell’ignoranza creativa

Autore: Piero Formica       Adattamento: Raffaello Torraco

Quanto più si assume che il futuro funzionerà come oggi, tanto maggiore sarà la forza gravitazionale dello status quo. Così le organizzazioni rigide volgono al declino, rinunciando a volgersi verso nuovi orizzonti.  Se non si vuole essere colti di sorpresa, è necessario riconoscere che il futuro sarà diverso dal passato. Il futuro è imperscrutabile, ambiguo, aperto ad ogni opzione. Una forte scossa provocata da un concorrente o una nuova tecnologia a volte segnano la fine di un impero.

Con il simultaneo apparire di molteplici tecnologie digitali trasformative e con la rapida evoluzione della disciplina dell’innovazione, è diventato evidente quanto sia indispensabile un approccio al cambiamento tale da includere le dimensioni tecnologiche, sociali e politiche.

Popolarizzata nei primi anni ‘2000, l’innovazione aperta è un processo sistematico attraverso il quale le idee penetrano da un’organizzazione a un’altra e viaggiano su diversi vettori di opportunità per la creazione di valore. Frutto dei progressi delle tecnologie digitali e degli sviluppi delle scienze cognitive, è un paradigma che promuove mutamenti radicali, cerca l’inaspettato e fornisce il sostegno a una rapida scalata al successo. Come metodo, fornisce una rete di sicurezza sia alle innovazioni che agli innovatori, instillando in quest’ultimi fiducia e coraggio di innovare.

Espandere la conoscenza è il messaggio chiave veicolato dalla cultura dell’innovazione aperta: un messaggio che è frutto dell’evoluzione del linguaggio dell’innovazione e della conseguente costruzione di un apposito vocabolario. L’espansione della conoscenza non è altro che la scoperta di terreni cognitivi ancora inediti o poco coltivati.

La cultura è la chiave che dà accesso all’innovazione aperta oltre i confini del business, rendendola fruibile alla società nel suo complesso.

Ignorare la cultura con le sue componenti chiave (linguaggio, credenze, costumi, codici  istituzioni) vuol dire lasciare alla strategia e alla struttura il compito di aprire l’impresa verso l’esterno. Anche se temporaneamente questa mossa avrà successo, nel tempo l’assenza di cultura si farà sentire con i suoi effetti negativi. Qui viene in mente una citazione attribuita a Peter Drucker, il guru del management che preferiva qualificarsi come storico (Simon, 2016): “la cultura si mangia la strategia a colazione”, e possiamo aggiungere “e la struttura a pranzo”.

È una cultura dell’immaginazione, esplorazione, sperimentazione e creazione, in un equilibrio dinamico tra introspezione e apertura mentale, che tocca le corde più sensibili dell’immaginazione umana proiettata verso eventi futuri.

La personalità degli agenti dell’innovazione aperta – istituzioni, organizzazioni imprenditoriali e sociali, singole imprese e individui – si riconosce dalla cultura che esprimono. La loro cultura non si vede, si sente. E il suo ‘suono’ si avverte tanto più quanto più i partecipanti hanno modo di esprimersi liberamente.

Per evitare che la comunità d’innovazione aperta sia soggetta all’‘abuso’ della conoscenza padroneggiata, la cultura promuove il disapprendimento (lasciare il proprio bagaglio cognitivo alla ‘stazione di partenza’), il non sapere di non sapere (sperimentare come esplorare nel buio dell’incertezza) e l’ignoranza creativa grazie alla quale l’ignorante creativo, incentrato sull’osservazione e la curiosità del cambiamento, batte nuovi percorsi senza precedenti per l’invenzione, l’innovazione e l’imprenditorialità. Costui si dimentica degli schemi e delle regole generalmente usate per approcciare i problemi e lascia più spazio alla creatività, all’osservazione scevra da ogni tipo di vincolo, al fine di trovare soluzioni migliori e innovative.

Lo spazio mentale abitato dall’Homo Innovatus non è quello dello specialista la cui esperienza è calata dall’alto nel suo pozzo di conoscenza. Via via che scende nel pozzo, lo specialista si appropria di pezzi sempre più piccoli del suo campo cognitivo e li protegge dallo sguardo altrui. La protezione è un alto muro di cinta, alzato con i mattoni dell’esperienza accumulata. L’Homo Innovatus fuoriesce dallo spazio esperenziale e occupa lo spazio sperimentale tanto esteso quanto l’immaginazione che lo circoscrive. In quanto sperimentatore, egli è ben consapevole che i fatti di cui ha notizia ed esperienza e le idee che ha già coltivato riflettono il passato. D’altra parte, sogni e speculazioni sul futuro sono fantasie che si confrontano con la realtà. L’Homo Innovatus è così irragionevole da trasbordare dai confini della ragione dogmatica e della saggezza convenzionale per sfidare con i suoi esperimenti lo stato di cose esistenti e così compiere l’intero percorso dalla fantasia alla realizzazione.

Sperimentare in un ambiente d’innovazione aperta significa essere focalizzati sull’esplorazione anziché sullo sfruttamento dell’esistente. Gli sperimentatori cercano di tenere bene in mente il grande quadro e guardano con diffidenza all’eccesso di efficienza e ottimizzazione. Di conseguenza, si sforzano di scoprire nuovi orizzonti e, quindi, tentano di tracciare percorsi inediti.

La partita che si gioca non è quella delle somiglianze (copiare le cose che funzionano per farle meglio), ma delle differenze (fare cose nuove) efficacemente rappresentate in questa tagliente frase di Oren Harari, già professore di economia aziendale all’Università di San Francisco: “La luce elettrica non è stata il risultato del miglioramento continuo delle candele”.

L’ignoranza creativa suggerisce che, abbandonando le mappe che ci sono familiari, usciti quindi dal nostro pozzo della conoscenza, siamo predisposti a creare sentieri inediti che ci rivelano bisogni inespressi, potenziali veicoli d’innovazione.

L’ignoranza creativa è il palcoscenico che vede i creatori di percorsi in veste di protagonisti del gioco dell’innovazione. Costoro aprono intenzionalmente porte sorprendenti e perseguono scelte alternative ai percorsi già ben battuti. I creatori di percorsi rifiutano consapevolmente le tendenze tracciate avvalendosi delle mappe della conoscenza. Per loro innovazione è disobbedienza.